La regolamentazione del lavoro nelle giornate festive è un tema che da tempo fa discutere l’opinione pubblica italiana, dividendo chi è contro la liberalizzazione del settore e chi difende l’unicità della domenica come giorno di riposo, chi evidenzia il diritto alle tutele dei lavoratori e chi cerca nel divieto delle aperture domenicali una protezione contro la concorrenza della grande distribuzione: è un argomento che ha fatto e fa da sempre discutere, dal giorno in cui con il decreto-legge n. 214/2011 il Governo Monti ha liberalizzato gli orari degli esercizi commerciali italiani.

Poco importa poi se, come spiega Massimo Moretti (Presidente del Consiglio Nazionale Centri Commerciali), “dalla riforma Monti del 2011 l’apertura domenicale ha consentito non solo di ammortizzare la fase recessiva dei consumi durante la crisi ma anche avuto un effetto positivo sulla tenuta, contribuendo con un aumento del 3%”, e che i “mall” in tutta Italia occupano 525mila addetti, e che sarebbero a rischio 40mila posti, per lo più occupati da giovani e donne con un livello di scolarità che generalmente non favorisce alternative occupazionali.

L’attuale Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, ha annunciato nei giorni scorsi l’intenzione del Governo di legiferare sulla materia ri-regolamentando la disciplina del lavoro domenicale, evidenziando l’unicità della disciplina italiana in materia rispetto al contesto europeo .

Per quanto concerne l’unicità della disciplina italiana in materia, più volte richiamata e sottolineata anche da numerosi mass media, è giusto rappresentare che in Europa il modello di regolamentazione degli orari lavorativi e delle aperture domenicali è molto eterogeneo. Nessuno stato europeo vieta in toto l'apertura e in 16 dei 28 Stati membri non è presente alcuna limitazione di orario o apertura domenicale. Il contesto italiano pertanto non risulta, come ci viene descritto dal Governo e da diversi mezzi di informazione, una situazione isolata nel panorama europeo in quanto l’Italia al fianco di Danimarca, Finlandia e Svezia appartiene al gruppo dei paesi con una disciplina maggiormente concorrenziale.

Per avere un’idea precisa di seguito elenchiamo nel dettaglio come si regolamentano i diversi paesi europei.

  • Austria: negozi chiusi con eccezioni per le aree turistiche 
  • Belgio: esercizi commerciali chiusi a meno che il rivenditore non scelga un giorno di chiusura alternativo. Previste eccezioni per le aree turistiche. 
  • Bulgaria: nessuna restrizione. 
  • Croazia: nessuna restrizione. 
  • Cipro: negozi chiusi con eccezioni per le aree turistiche . Nessuna restrizione, invece, per esercizi commerciali alimentari. 
  • Repubblica ceca: negozi chiusi durante le maggiori festività. 
  • Danimarca: nessuna restrizione per le aperture domenicali. 
  • Estonia: nessuna restrizione. 
  • Finlandia: nessuna restrizione. 
  • Francia: Solo i negozi detenuti dai proprietari possono liberalmente rimanere aperti. Sono previste eccezioni per i negozi alimentari. Per i negozi non alimentari possibilità di apertura previa decisione del sindaco e remunerazione doppia per i dipendenti. 
  • Germania: negozi chiusi. Eccezioni previste per panetterie, fiorai, giornalai, negozi per la casa, musei, stazioni ferroviarie, stazioni di servizio, aeroporti e luoghi di pellegrinaggio. 
  • Grecia: negozi chiusi. Eccezioni previste per negozi alimentari, fioristi, negozi di antiquariato, stazioni di servizio. 
  • Irlanda: nessuna restrizione.
  • Lettonia: nessuna restrizione. 
  • Lituania: nessuna restrizione. 
  • Lussemburgo: aperture tra le 6 e le 13. Orario prolungato per panetterie, macellerie, pasticcerie, chioschi e negozi di souvenir.
  • Malta: i negozi sono autorizzati ad aprire la domenica a patto che restino chiusi un altro giorno della settimana. I lavoratori non possono essere obbligati a lavorare la domenica a meno che questo non sia esplicitamente previsto nel contratto di lavoro.
  • Paesi Bassi: esercizi commerciali chiusi. Le autorità locali possono autorizzare aperture domenicali. Negozi in stazioni di servizio, del treno, aeroporti ed ospedali hanno orari flessibili.
  • Polonia: nessuna restrizione (15 date di festa nazionale con chiusura obbligatoria).
  • Portogallo: nessuna restrizione.
  • Romania: nessuna restrizione. 
  • Regno Unito: in Scozia, nessuna restrizione. In Inghilterra e Galles nessuna restrizione per negozi più piccoli di 280 metri quadri. Apertura tra le 10 e le 18 per i negozi più grandi di 280 metri quadri. In Irlanda del Nord Irlanda del Nord nessuna restrizione per negozi più piccoli di 280 metri quadri e orario 13-18 per i negozi più grandi di quella metratura
  • Slovacchia: nessuna restrizione.
  • Spagna: ciascuna comunità autonoma stabilisce il numero totale di domeniche di lavoro annuali autorizzate. La maggioranza delle comunità autonome stabilisce 10 domeniche/feste nazionali di apertura.
  • Svezia: nessuna restrizione.
  • Ungheria: nessuna restrizione.

La reintroduzione di forme di restrizioni alle aperture domenicali degli esercizi commerciali comprometterebbe nel nostro paese il principio della libertà di impresa e soprattutto di scelta dei consumatori ed avrebbe un effetto negativo sui consumi, sull’occupazione e sul benessere dei cittadini

Ad oggi la possibilità di aprire la domenica risulta invece positiva per l’efficienza delle imprese, positiva per le prospettive occupazionali e positiva per i servizi resi ai consumatori ed è fondamentale evitare di rappresentare una situazione per la quale vietare il lavoro domenicale equivalga a difendere il diritto dei lavoratori al riposo. Tale diritto infatti è già difeso dalla nostra normativa garantendo ai lavoratori il rispetto delle condizioni contrattuali che prevedono già i turni, i giorni di riposo e gli incrementi di retribuzione per il lavoro in giorni festivi.

Al contrario il divieto del lavoro domenicale comporterebbe minore opportunità di lavoro, minore capacità di venire incontro alle esigenze dei consumatori, minor reddito per i dipendenti molti dei quali contano di lavorare la domenica per guadagnare qualcosa in più per sé e la propria famiglia.

Nell’ultimo report pubblicato dal Comune di Roma dal titolo “Mobilità presso i principali centri commerciali” nel 2013 (dati di 5 anni fa da rivedere sicuramente in positivo) si è evidenziato come Roma ed il suo hinterland hanno assistito nel corso degli anni alla nascita di diversi poli commerciali di grandezza sempre crescente in grado di attirare una sempre maggior domanda di utenza. Tali nuovi poli sono diventati luoghi di aggregazione sociale dove si va non solo per fare acquisti ma anche per incontrarsi e relazionarsi. Di questo flusso e di questo sviluppo oltre che incremento di tutto il mercato indotto ne beneficia anche il nostro Municipio sul cui territorio è presente una di queste realtà: il Centro Commerciale “EURoma 2” che sorge nella località Castellaccio area che fa parte delle Nuove Centralità a “pianificazione definita” previste dal Piano Regolatore di Roma.

Sono state anche realtà come queste che hanno consentito lo sviluppo del nostro territorio, un aumento significativo dell’occupazione grazie alle nuove assunzioni oltre che lo sviluppo del benessere sociale grazie alle maggiori utilità di cui hanno beneficiato non solo gli imprenditori ma anche i consumatori. Ad oggi l'imposizione di un'improvvisa chiusura domenicale, ora che i consumatori si sono abituati a fare acquisti di domenica, favorirà ampiamente gli operatori dell’e-commerce, indebolendo di conseguenza i marchi tradizionali che si trovano già in una situazione di forte inferiorità rispetto ai concorrenti pure players dell'e-commerce. Ma oltre a creare chiusure di punti vendita, lo spostamento del fatturato commerciale tradizionale verso gli operatori dell’e-commerce privilegerà fortemente le fonti di prodotti non italiani, facilitando la vendita dei prodotti italiani senza la necessità di avere un dipendente in Italia.

La "disintermediazione" descritta distruggerà conseguentemente un gran numero di posti di lavoro in Italia e ancor di più a Roma, e al contempo diminuirà le entrate fiscali per lo stato italiano. Numeri alla mano una chiusura nei festivi produrrebbe un effetto a medio lungo termine che decreterebbe l’addio a circa 40mila posti di lavoro. Senza contare la rinuncia per i 12 milioni di italiani che oggi sfruttano le aperture domenicali per il loro shopping.

L'Italia, con la sua disciplina concorrenziale e la sua politica di apertura domenicale, aveva un vantaggio rispetto ad altri paesi nel resistere all'aumento della quota di mercato dell'e-commerce. Affinché i consumatori possano effettuare i loro acquisti in negozio, devono avere accesso a questi negozi nel giorno e nel momento in cui vogliono. La preferenza dei consumatori per lo shopping del fine settimana, specialmente la domenica, è chiaramente documentata dalla quota di fatturato annuale nei centri commerciali pari a una percentuale che va dal 12 al 25% a seconda della situazione specifica delle zone.

Una considerevole parte di queste vendite domenicali andrà inevitabilmente persa a favore dello shopping online. Ciò determinerà la perdita diretta dell'intera catena italiana di importazione e distribuzione (vendita al dettaglio) a favore delle vendite di Amazon e di altri attori dell’e-commerce che saranno in grado di fornire i prodotti con oltre il 90% in meno di manodopera attualmente necessaria per vendere i prodotti stessi (continuando a pagare le tasse fuori dal nostro paese, come già oggi avviene).

L'unico modo per aiutare il mercato e la distribuzione italiana contro un tale assalto finanziato dai mercati internazionali del capitale è mantenere l'apertura domenicale degli esercizi commerciali.

Il ministro Di Maio è il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, dovrebbe quindi pensare a garantire i diritti dei lavoratori domenicali che spesso lavorano senza i dovuti ritocchi agli stipendi o senza considerare tali gli straordinari, a tutelare le donne durante i periodi di maternità, dovrebbe insomma pensare a creare ambiente di lavoro sani per chi li frequenta, non a chiuderli sulla base di imposizioni che sanno di vecchio e che creeranno danni tanto alle imprese, quanto ai lavoratori, quanto ai consumatori.